• Riforma fiscale

    Riforma fiscale

    Quesito 1

  • Reddito minimo

    Reddito minimo

    Quesito 2

  • Incandidabilità

    Incandidabilità

    Quesito 3

  • Consumo di suolo

    Consumo di suolo

    QUesito 4

  • Matrimonio gay

    Matrimonio gay

    Quesito 5

  • Alleanze

    Alleanze

    Quesito 6

Lo Statuto del Partito Democratico – in particolare acquistare Tether all’Articolo 27 – prevede, oltre ovviamente alle primarie, un altro strumento di partecipazione aperto a tutti gli iscritti, gli elettori e i simpatizzanti: e quello strumento è il referendum.
A differenza delle primarie, però, nei quattro anni di vita del Partito Democratico, mai nessun referendum è stato indetto.

A meno di un anno dalle elezioni politiche 2013, proponiamo quindi di convocare una serie di referendum che permettano a tutti gli elettori del Pd di esprimersi su tematiche politiche e di programma. Vediamo come.

Cosa serve per presentare i referendum?

I referendum possono essere chiesti, da Statuto, “qualora ne facciano richiesta il Segretario nazionale, ovvero la Direzione nazionale con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei suoi componenti, ovvero il trenta per cento dei componenti l’Assemblea nazionale, ovvero il cinque per cento degli iscritti al Partito Democratico”.
La nostra proposta è quella di raccogliere le firme presso almeno il 5 per cento degli iscritti.

A quanto corrisponde il 5 per cento degli iscritti?

Secondo una dichiarazione del responsabile nazionale organizzazione del Pd, nel 2011 gli iscritti erano 610mila (in particolare: 193 in Valle d’Aosta, 17.370 in Piemonte, 15.885 in Liguria, 43.071 in Lombardia, 21.214 in Veneto, 2.794 in Trentino Alto Adige, 7.985 in Friuli Venezia Giulia, 104.930 in Emilia Romagna, 76.692 in Toscana, 14.892 nelle Marche, 12.441 in Abruzzo, 14.743 in Umbria, 50.993 nel Lazio, 1.346 in Molise, 58.144 in Campania, 20.810 in Puglia, 7.460 in Basilicata, 21.105 in Calabria, 41.187 in Sicilia, 19.412 in Sardegna).  Quindi, bisogna raccogliere 30.500 firme circa per ogni quesito.

Chi può firmare e votare per i referendum?

Questo è molto importante. Limitatamente alla raccolta delle firme necessarie per chiedere i referendum, investire in Cosmos essa può avvenire solo tra gli iscritti (anche residenti all’estero); possono quindi firmare tutti i tesserati del 2011 e 2012, anche i nuovi iscritti. Venendo al giorno del voto vero e proprio dei referendum, invece, potranno votare liberamente tutti gli elettori del Pd, tesserati e non tesserati. Lo Statuto dice infatti che la proposta deve specificare “se la partecipazione è aperta a tutti gli elettori o soltanto agli iscritti”, e noi abbiamo optato per la prima formula, quella aperta a tutti.

Quando si terranno i referendum?

La nostra proposta è quella di abbinare il giorno dei referendum a quello delle primarie per il candidato premier e, auspichiamo succeda, a quello per la scelta dei candidati al Parlamento. Nella speranza, ovviamente, che in questo modo i nostri elettori possano scegliere in un solo weekend candidato premier, candidato al Parlamento e programma di Governo.

A cosa servono i referendum?

Lo Statuto prevede referendum in forma deliberativa o consultiva. Noi proponiamo quella deliberativa. Significa che, se i quesiti verranno approvati dagli elettori, il partito dovrà adottare quei temi in agenda.

Chi promuove i referendum?

I referendum sono promossi da militanti del Partito Democratico presenti in tutte le parti del Paese, e la proposta è ovviamente aperta alla partecipazione di tutti coloro che vorranno offrirsi per dare una mano.

Cosa può fare da subito chi non è iscritto al PD?

Per prima cosa, potresti tesserarti al Pd, nel circolo a te più vicino. In alternativa, puoi comunque spargere la voce, o metterti in contatto con i referenti della tua zona per aiutare con il lavoro di contatto con gli iscritti. Infine, potresti contribuire alle spese che affronteremo – e che saranno interamente autofinanziate – facendo una donazione qui.

E’ possibile firmare on line?

Purtroppo questa possibilità al momento investire in Theta in Italia non è prevista, ma è comunque possibile scriverci per segnalare la propria adesione – indicando anche il numero di telefono – ed essere ricontattati nel più breve tempo possibile.

Perché chiedere i referendum?

Per lo stesso motivo per cui chiediamo che i nostri elettori possano votare alle primarie per i candidati alla premiership e al Parlamento: perché in una situazione di grave crisi del Paese, crediamo sia utile che il Partito Democratico usi tutti gli strumenti della partecipazione, coinvolgendo la sua base e precisando la sua proposta, oltre che i suoi interpreti, facendola uscire dalle sole logiche politiciste.

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Leggi la proposta di regolamento

Regolamento quadro

PRINCIPI

I referendum interni forniscono nuova linfa alla politica del Partito Democratico: aprono i circoli alla società, ravvivano la partecipazione di iscritti e simpatizzanti, attivano processi conoscitivi e rafforzano i meccanismi decisionali già esistenti.

Le società complesse in cui oggi viviamo non possono essere guidate esclusivamente dai politici; non dai soli esperti; non dai soli cittadini. Perché la democrazia rappresentativa funzioni, è necessario un flusso di comunicazione e una continua interazione tra la cittadinanza e i partiti, i giornalisti, gli intellettuali e gli esperti. I referendum interni costituiscono lo strumento per realizzare una democrazia rappresentativa che sia allo stesso tempo partecipativa. Attraverso di essi gli iscritti/elettori del PD hanno voce in capitolo, acquisiscono efficacia politica e influenzano con le loro opinioni informate l’agenda politica e le decisioni importanti del partito, migliorando la qualità della democrazia. La proliferazione di dibattiti che non producono alcun risultato è uno dei motivi alla base della disaffezione politica; coniugando un sistema di dibattiti con un meccanismo di voto, la metodologia deliberativa e aggregativa applicata ai referendum interni risolve questo problema alla radice.

I referendum interni non sono sondaggi. I sondaggi coinvolgono campioni rappresentativi della popolazione; i referendum interni si rivolgono agli iscritti/elettori del partito. L’obiettivo dei sondaggi è raccogliere informazioni; l’obiettivo dei referendum interni è motivare i cittadini a informarsi, collegare il partito ai movimenti e alle associazioni, e favorire decisioni sagge e condivise.

Mentre nelle conferenze tradizionali, i partecipanti ascoltano una o più opinioni degli esperti e alla fine hanno la possibilità di fare domande, nei dibattiti dei referendum interni i protagonisti sono i partecipanti e gli esperti sono consultati per fornire informazioni sulla discussione. I referendum interni sono caratterizzati da una fase deliberativa prima del voto. La deliberazione dei partecipanti è il cuore dei referendum interni. Nei dibattiti dei circoli, gli esperti (i rappresentanti delle diverse posizioni riguardo ai quesiti) informano sugli aspetti più tecnici degli argomenti trattati e rispondono a dubbi e domande dei partecipanti. È molto importante che gli esperti che introducono il dibattito di un referendum interno rappresentino punti di vista differenti, in modo da esporre i partecipanti a una molteplicità di argomentazioni contrapposte. Ed è fondamentale che le informazioni siano presentate in modo “bilanciato”; diversamente si ridurrebbe la legittimità del processo. I referendum interni richiedono ponderazione. Prima di votare, i partecipanti devono poter conoscere i pro e i contro di una determinata questione; devono avere la possibilità di intervenire nella discussione dei gruppi di lavoro, di sollevare dubbi, porre domande, scambiare pareri e valutare le opzioni con calma, eventualmente approfondendole a casa grazie al sito predisposto dal partito a tal fine.

Nei referendum popolari aperti a tutti i cittadini, il dibattito è in gran parte coperto dalla televisione e dagli altri media e i partecipanti discutono per lo più in casa con familiari e amici, che in genere la pensano allo stesso modo; i dibattiti dei referendum interni avvengono nei circoli di partito, vale a dire luoghi dove c’è un numero limitato di partecipanti, che possono scambiare opinioni argomentate. Poiché i referendum interni si fanno su temi controversi, il dibattito avviene per definizione tra opinioni divergenti e i partecipanti sono esposti a punti di vista differenti. L’ipotesi è che si possa innescare un circuito di feedback tra le diverse posizioni in campo.

La deliberazione facilita lo scambio di vedute tra membri del partito, la riflessione approfondita dell’argomento in questione, e la presa di decisione ponderata. I meccanismi presenti nel processo deliberativo danno a tutti l’opportunità di esprimersi e limitano la valutazione degli argomenti basata su preconcetti, faziosità e prevaricazione. In particolare, il dibattito deliberativo riduce la conflittualità della discussione, pone l’attenzione sulle ragioni altrui e promuove contributi informati e rilevanti.

I referendum interni sono l’opposto del populismo. Essi si basano su un processo deliberativo che richiede attenzione, impegno e passione. Per loro natura, essi riducono l’effetto del marketing politico, del populismo e della retorica spicciola, e promuovono un dibattito critico, costruttivo, argomentato, mirato a far emergere l’opzione migliore.

Le decisioni più adatte all’applicazione dei referendum interni sono quelle che alterano gli equilibri politici all’interno di un partito, che toccano i conflitti di interessi e riguardano le contrapposizioni generazionali, le problematiche etiche e in generale quelle che rischiano di dividere il partito. Per quanto riguarda le decisioni etiche e i conflitti intergenerazionali, i referendum interni garantiscono la massima legittimità della decisione presa. In queste decisioni così delicate e controverse è inevitabile che la base del partito sia spaccata. Il processo deliberativo assicura che tutte le opinioni siano considerate e garantisce la massima protezione delle opinioni delle minoranze interne al partito.

Un grande partito come il Partito Democratico è allo stesso tempo “leggero” e “pesante”: valorizza gli iscritti, che rappresentano la sua diffusa ossatura territoriale, e si rivolge ai nuovi elettori, provenienti dagli altri partiti o alla loro prima esperienza elettorale. L’architettura partecipativa costituita da referendum interni e piattaforma informatica permette di consultare iscritti ed elettori quando si tratta di affrontare le grandi questioni che lacerano il partito e l’opinione pubblica; e allo stesso tempo di consultare in maniera frequente, dettagliata ed elettronica gli iscritti, che così contribuiscono a delineare la linea del partito. Questo sistema di comunicazione bi-direzionale tra cittadini e loro rappresentanti politici mette al centro del dibattito politico le effettive necessità delle persone comuni e influenza beneficamente la felicità pubblica grazie all’attivazione di una intensa relazionalità tra gli attori della democrazia: cittadini, politici, esperti, professionisti dei mezzi di informazione e persone delle istituzioni. Si prevede che i partecipanti, motivati dal fatto di dover esprimere un’opinione importante attraverso il voto, sentano il bisogno di sfruttare le nuove opportunità di interazione e di apprendimento, offerte da Internet (social network, Wikipedia, e corsi universitari gratuiti offerti dalle migliori università a livello internazionale).

Il partito democratico organizza i referendum interni con spirito neutrale e di servizio, promuovendo un processo in cui non prevalga l’aspetto competitivo, bensì quello relazionale e conoscitivo, con arricchimento reale e significativo per la vita del partito.

 

REFERENDUM INTERNO

1 – Richiesta di referendum interno

1 – È indetto un referendum interno qualora ne facciano richiesta il Segretario nazionale, ovvero la Direzione nazionale con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei suoi componenti, ovvero il trenta per cento dei componenti l’Assemblea nazionale, ovvero il cinque per cento degli iscritti al Partito Democratico.

2- La proposta di referendum deve essere presentata per iscritto nella sede nazionale del Partito Democratico dai tesserati promotori della raccolta delle firme.

3 – I promotori che presentano la proposta devono essere iscritti al Partito Democratico ed essere in numero non inferiore a cinquanta. I promotori sottoscrivono la proposta apponendo la loro firma.

4 – La proposta di referendum deve indicare: la specifica formulazione del quesito; la natura consultiva ovvero vincolante del referendum stesso; se la partecipazione è aperta a tutti gli elettori o soltanto agli iscritti. Il quesito deve essere formulato in modo chiaro, sintetico e univoco, tale che la risposta positiva o negativa equivalga rispettivamente all’accettazione o alla non accettazione della decisione che si intende proporre.

5 – Gli iscritti al Partito Democratico richiedono il referendum firmando gli appositi moduli, ciascuno dei quali deve contenere la seguente dicitura: “I sottoscritti tesserati del Partito Democratico, considerato che […] chiedono che venga indetto un referendum [consultivo o vincolante] aperto a tutti [gli elettori o gli iscritti] sul seguente QUESITO: Volete voi che [...]?

6 – Le firme devono essere apposte sotto al quesito e indicare: nome e cognome, città di residenza, circolo PD, telefono e, se possibile, indirizzo email.

7 – Una volta ricevuto il parere di legittimità della Commissione nazionale di garanzia, il referendum è indetto dal Presidente dell’Assemblea nazionale.

8 – Il referendum può essere effettuato una volta all’anno. Non è ammesso in un’unica tornata un referendum con più di sei quesiti. Se sono stati presentati più quesiti, quelli eccedenti vengono differiti all’anno successivo, tenendo conto dell’ordine temporale di presentazione.

 

2 – Ufficio organizzativo dei referendum interni

1 – L’ufficio organizzativo dei referendum interni è costituito con decisione della direzione nazionale del partito, che nomina i dieci componenti e, tra questi, il Direttore, il Tesoriere e il Responsabile della comunicazione.

2 – L’ufficio è integrato da un rappresentante del comitato promotore per ciascun quesito sottoposto a tornata referendaria.

3 – I componenti restano in carica quattro anni e possono essere nominati solo per un altro mandato.

4 – L’ufficio organizzativo dei referendum cura l’attuazione del presente regolamento. Entro quindici giorni dalla nomina dei suoi componenti, predispone i regolamenti necessari a specificare le procedure operative per la gestione delle operazioni di voto, da far approvare dalla direzione nazionale.

5 – Il Direttore è responsabile del coordinamento organizzativo delle attività di voto.

6 – Il Responsabile della comunicazione promuove e coordina le attività finalizzate a informare i cittadini e sollecitare la partecipazione al voto.

7 – Il Tesoriere è responsabile per la gestione finanziaria delle attività connesse con lo svolgimento del referendum.

8 – L’Ufficio tecnico-amministrativo può articolarsi a livello territoriale.

 

3 – Commissione nazionale di garanzia

1 – Entro 30 giorni dal deposito della proposta di referendum, la Commissione nazionale di garanzia verifica il numero e la regolarità delle firme, e si esprime sulla legittimità della proposta, seguendo i seguenti criteri:

a)     Il referendum interno può essere indetto su qualsiasi tematica relativa alla politica e all’organizzazione del PD.

b)     Le norme dello Statuto, fatto salvo quanto previsto all’articolo 42, comma 3, non possono essere oggetto di referendum.

c)     Il quesito deve essere formulato in modo chiaro e univoco, al fine di garantire un voto consapevole da parte di chi firma e di chi vota.

2 – Qualora la formulazione del quesito sia giudicata non chiara e univoca, la Commissione sospende con provvedimento motivato la procedura e invita i promotori a riformulare la proposta. Prima di esprimere un giudizio definitivo di ammissibilità, la Commissione incontra una delegazione dei promotori, i quali possono presentare pareri e memorie.

3 – La Commissione nazionale di garanzia predispone un regolamento di autodisciplina della campagna referendaria, che viene poi approvato dalla direzione nazionale.

4 – La Commissione nazionale di garanzia vigila sul corretto e imparziale svolgimento del referendum interno, e si esprime sulle controversie che sorgono in fase di applicazione delle norme contenute nel presente regolamento-quadro, nel regolamento di autodisciplina e nel regolamento di voto.

 

4 – Materiale informativo

1 – E’ compito dell’ufficio organizzativo nazionale dei referendum interni preparare il materiale informativo, bilanciato e neutrale riguardo alla risposta ai quesiti, da distribuire agli iscritti ed elettori che partecipano alle riunioni di Circolo, e da pubblicare sui giornali di partito, diffondere online e mettere a disposizione dei media almeno una settimana prima dell’inizio delle riunioni.

2 – Per tutto il periodo dei dibattiti nei circoli, i giornali di partito riservano, inoltre, spazio equamente suddiviso tra le posizioni del SI’ e del NO.

3 – Affinché durante i referendum interni tutti i partecipanti abbiano effettivo accesso a un reale dibattito deliberativo, l’ufficio organizzativo dei referendum interni predispone un sito internet apposito con sezioni dedicate al materiale informativo, a forum, risposte alle domande più comuni, e a richieste di chiarimento. Il sito sarà attivo nei 30 giorni antecedenti la data delle votazioni.

4 – Sul sito è presente una sorta di biblioteca virtuale sul tema di ogni singolo quesito, arricchita con video di esperti, link ad articoli e contenuti multimediali, e bilanciata nella rappresentazione delle diverse posizioni in campo. Il materiale informativo è composto da schede semplici, alla portata di tutti, e anche da documenti più complessi, per chi abbia voglia di approfondire in dettaglio. Per ciascun quesito, sono previsti dei momenti di approfondimento specifici durante i quali è possibile collegarsi e porre domande dirette agli esperti e agli esponenti del SI’ e del NO.

5 – Democrazia deliberativa nelle riunioni di Circolo

1 – Per evitare la polarizzazione di posizioni precostituite e favorire il flusso di informazioni, vengono organizzate riunioni di Circolo nel corso delle quali ha luogo un confronto equo e aperto tra le diverse posizioni in campo, nel pieno rispetto dei principi della “par condicio” e della democrazia deliberativa. Tali riunioni si svolgono nei 30 giorni antecedenti la data delle votazioni. Le federazioni provinciali svolgono azione di stimolo nei confronti dei circoli affinché organizzino i dibattiti in maniera appropriata.

2 – Per garantire che ciascun quesito referendario sia discusso con la dovuta attenzione, è preferibile che ciascuna riunione di circolo sia dedicata a un singolo quesito referendario. Nel caso ciò sia impossibile, si può procedere a organizzare una o più riunioni e discutere i quesiti sequenzialmente.

3 – In apertura delle riunioni di Circolo, viene distribuito ai partecipanti il materiale informativo elaborato dall’ufficio organizzativo nazionale. Su proposta del segretario del Circolo, viene quindi costituita e messa ai voti per l’approvazione una Presidenza, che ha il compito di assicurare il corretto svolgimento dei lavori e che garantisca la presenza di almeno un rappresentante a favore del SI’ e un rappresentante a favore del NO. Fa parte della Presidenza un membro della Commissione provinciale o un suo delegato esterno alla stessa che è tenuto ad assistere ai lavori della riunione, con funzioni di garanzia circa il regolare svolgimento dei lavori.

4 – Nella sessione di apertura delle riunioni di Circolo vengono presentate le ragioni del SI’ e le ragioni del NO al quesito, assicurando a ciascuna posizione pari opportunità di esposizione, con un tempo limite di quindici minuti a intervento.

5 – I partecipanti vengono divisi in maniera casuale in piccoli gruppi di discussione, composti da un minimo di cinque a un massimo di quindici persone. (Se nel circolo sono presenti meno di dieci persone, i presenti formeranno un unico gruppo di discussione.)

6 – Ciascun gruppo seleziona un rappresentante con funzioni di moderatore della discussione. (Se nel circolo sono presenti meno di dieci persone, la presidenza assume la funzione di moderatore.)

7 - Scopo dei piccoli gruppi di discussione è analizzare a fondo ciascuna opzione, garantire a tutti la possibilità di esprimere la loro opinione e di formulare le domande da rivolgere ai rappresentanti del SI’ e del NO.

8 - Ai gruppi di discussione partecipano con diritto di parola iscritti, elettori e simpatizzanti del PD.

9 – Durante la sessione in piccoli gruppi, ciascun partecipante può parlare per non più di quattro minuti a intervento e proporre al gruppo una domanda da presentare in plenaria. Prima che un partecipante possa aver diritto ad un secondo intervento, tutti gli iscritti presenti nel gruppo devono aver utilizzato il primo intervento o aver declinato esplicitamente la possibilità di intervenire. Cominciando dalla sua destra, il moderatore invita ciascun partecipante a dire la sua. Il moderatore è l’ultimo a esprimersi. Alla fine della discussione, il gruppo sceglie, tra quelle proposte, le due domande da presentare in assemblea plenaria.

10 – I compiti dei moderatori sono i seguenti: non permettere che qualcuno dei partecipanti domini la discussione, incentivare una discussione produttiva incentrata su uno scambio di argomenti a favore e contro ciascuna opzione; garantire i tempi di discussione; raccogliere le domande dei gruppi e riportarle nell’assemblea plenaria. I moderatori possono intervenire nella discussione come partecipanti.

11 – Alla conclusione dei piccoli gruppi di discussione, il circolo si riunisce nuovamente in sessione plenaria. A turno, i moderatori presentano le domande emerse nei gruppi di discussione. Il rappresentante del SI’ e il rappresentante del NO rispondono, alternandosi, a ciascuna domanda, per un tempo massimo di due minuti a domanda.

12 – Dopo la plenaria, c’è una sessione finale in piccoli gruppi per permettere ai partecipanti un giro di interventi con scambio di opinioni sulle risposte ottenute, con il limite di tre minuti a intervento.

13 – La federazione provinciale raccoglie la scheda riassuntiva del dibattito di ogni circolo, elaborata dalla presidenza in collaborazione coi moderatori, la pubblica sul proprio sito (ove presente), la invia tramite mail al proprio database e la trasmette all’ufficio organizzativo nazionale, che provvede a inserirla sul sito descritto al punto 4, comma 2. I moderatori sono anche invitati a completare il questionario sul dibattito presente sullo stesso sito.

14 – Prima e durante tutta la fase di riunioni nei circoli, in ciascun circolo viene predisposto un apposito spazio informativo sui quesiti dei referendum interni, con le stampe dei documenti predisposti a livello nazionale, e viene garantito l’accesso a un computer collegato in rete per poter visitare il sito di discussione.

15 – La convocazione della riunione deve essere spedita a tutti gli iscritti al circolo almeno cinque giorni prima dello svolgimento, e deve indicare il giorno e l’ora di inizio della riunione e il programma dei lavori, da collocare in orario di norma non lavorativo e dunque di preferenza dopo le ore 18 oppure nel fine settimana.

 

6 – Operazioni di voto e di scrutinio

1 – Le operazioni di voto e di scrutinio del risultato si svolgono secondo le modalità previste dall’apposito regolamento di voto predisposto dall’ufficio organizzatore dei referendum interni.

2 – La proposta soggetta a referendum risulta approvata se ottiene la maggioranza dei voti validamente espressi.

3 – Il referendum può avere carattere consultivo o vincolante. Qualora il referendum abbia carattere vincolante, la decisione assunta è irreversibile, e non è soggetta a ulteriore referendum interno per almeno due anni.

 

CONSULTAZIONE E REFERENDUM INTERNO online

1 – Il Partito Democratico assicura un Sistema informativo per la partecipazione basato sulle tecnologie telematiche. Oltre a consentire la partecipazione di elettori e iscritti al dibattito interno del partito, tale Sistema può essere utilizzato per consultare gli iscritti sulle decisioni più importanti che contribuiscono a all’elaborazione collettiva della linea del partito.

2 – E’ possibile organizzare referendum interni online, in cui siano garantiti analoghi livelli di partecipazione, trasparenza e deliberazione, e sia possibile l’identificazione dei partecipanti secondo standard di sicurezza di tipo industriale.

3 - Le procedure di organizzazione e realizzazione del referendum interno online vengono proposte da una commissione mista di esperti ed esponenti di partito, nominata dall’ufficio organizzativo dei referendum interni, che infine provvederà ad approvarle.

4 - L’ufficio organizzativo predispone gli strumenti informatici per lo svolgimento per via telematica della consultazione.


Proposta di Regolamento-quadro elaborato da Raffaele Calabretta (Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del Cnr di Roma) e Paolo Spada (Harvard Kennedy School of Government) sulla base della metodologia delle doparie (http://doparie.it; http://www.facebook.com/doparie; vedi Doparie dopo le primarie, Nutrimenti, 2010; Doparies, Sage Open, 2011).

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Riforma fiscalePrimo quesito

In Italia la pressione fiscale è più alta di quella di tutti i principali paesi europei, e a questo primato corrisponde una distribuzione del carico fiscale sfavorevole ai fattori di produzione e in particolare al lavoro. Il Partito Democratico deve impegnarsi a calare le tasse sui lavoratori e i ceti produttivi partendo da una riduzione dell’Irpef. Il finanziamento di questa riforma fiscale deve avvenire attraverso una riduzione della spesa pubblica e l’introduzione di una tassazione sui patrimoni finanziari delle famiglie più abbienti.

I sottoscritti, tesserati del Partito Democratico, considerato che: l’Italia è al primo posto tra i Paesi con la più elevata pressione fiscale sulle persone fisiche; è necessario ridurre la pressione fiscale in generale e in particolare quella sui lavoratori italiani per favorire i fattori produttivi;
chiedono, come previsto dallo Statuto all’articolo 27, che venga indetto un referendum deliberativo, aperto a tutti gli elettori del Partito Democratico, sul seguente

QUESITO
Volete voi che il Partito Democratico si faccia promotore e sostenga fino ad approvazione in entrambi i rami del Parlamento una riforma che diminuisca la pressione fiscale complessiva a partire dalla riduzione di tutte le aliquote dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) in una misura almeno pari al 5 %, e che detta riforma venga finanziata attraverso l’introduzione di una imposta patrimoniale sulla ricchezza finanziaria delle famiglie abbienti, l’aumento del gettito dovuto alla ripresa della crescita economica e la riduzione della spesa pubblica complessiva?

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In Italia la pressione fiscale è più alta di tutti i principali paesi europei (Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna) e degli Stati Uniti d’America. Secondo i dati OCSE del 2009, l’ultimo anno per cui i dati siano internazionalmente comparabili, il nostro paese è infatti il primatista per gettito fiscale in rapporto al reddito prodotto: più del 43% del prodotto nazionale finiva nelle casse statali a causa della imposizione fiscale. Questo primato è destinato a consolidarsi e non è un accidente contabile: se anche sottraessimo dal complesso della pressione fiscale i contributi sociali – cioè quanto versato annualmente per pagare pensioni, cassa integrazione e trattamenti di disoccupazione – scopriremmo che in Italia versiamo più che in tutti gli altri paesi.

Al primato della pressione fiscale corrisponde in Italia una distribuzione del carico fiscale sfavorevole ai fattori di produzione e al lavoro. Sempre secondo i dati OCSE del 2009, il gettito fiscale proveniente dalla tassazione degli individui e delle imprese era di poco superiore al 14% del PIL italiano, una percentuale maggiore di Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e USA. Questa situazione è il risultato di una lunga successione di scelte politiche dalla metà degli anni settanta ad oggi. L’Italia ha deciso di gravare più delle principali economie del mondo sui fattori responsabili della crescita economica e, in particolare, sul lavoro.

Questo equilibrio non può più continuare ad essere. Il Partito Democratico deve impegnarsi per premiare concretamente fin da subito il lavoro attraverso la riduzione delle imposte su chi lo svolge.

Due sono gli aspetti più sorprendenti della nostra anomalia. Il primo aspetto è che le aliquote della Imposta sui Redditi delle Persone Fisiche (IRPEF) che gravano sui lavoratori sono cresciute costantemente dal 1975 ad oggi. Chi oggi guadagna 10,000 Euro lordi all’anno paga un’aliquota marginale al 23% mentre nel 1975 pagava per un reddito equivalente il 13%. Chi oggi guadagna 30,000 Euro lordi all’anno paga un’aliquota marginale al 38% mentre nel 1975 pagava per un reddito equivalente il 25%. Il secondo aspetto è che 4 italiani su 5 dichiarano meno di 26,000 Euro lordi all’anno (dati 2007, Agenzia delle Entrate). 26,000 Euro è un falso, perché c’è ben più di 1 contribuente su 5 che, in Italia, guadagna al di sopra di questa cifra. Non possiamo rispondere ai falsi con la retorica dell’indignazione e delle regole da far rispettare. La verità è che esiste una Italia divisa in due: da una parte i negligenti di professione, evasori fiscali che nulla hanno da temere e dall’altra gli onesti produttori oberati da un sistema fiscale vessatorio.

E’ venuto il momento di offrire un riconoscimento concreto a tutti quelli che lavorano e producono in questo paese. Questa deve essere la battaglia del Partito Democratico. La cosa più rivoluzionaria che si può fare oggi in Italia è decidere di premiare i cittadini responsabili con la stessa determinatezza con cui si promette di sanzionare gli irresponsabili.

Prima ancora di colpire gli evasori, bisogna favorire e premiare chi evasore non lo è mai stato con il sostegno concreto della riduzione delle imposte e della liberazione da un sistema barocco che nulla ha a che veder con l’equità. Se davvero crede nella giustizia sociale, il Partito Democratico oggi deve scegliere di rappresentare la maggioranza operosa e responsabile di questo paese e, finalmente, premiarne gli sforzi e il lavoro.

Filippo Taddei

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Reddito minimoSecondo quesito

Ricondurre il diritto al welfare, nel senso proprio di benessere, tra i diritti fondamentali del cittadino, indipendentemente dalla sua condizione lavorativa, è un passaggio fondamentale per l’evoluzione della società italiana verso gli standard europei. Bisogna ripensare la struttura degli ammortizzatori sociali, per trasformarli in strumenti di inclusione sociale delle categorie che oggi ne sono ancora esclusi, in particolare i giovani e le donne.

I sottoscritti, tesserati del Partito Democratico, considerato che: la Raccomandazione 92/441 CEE sulla Garanzia minima di risorse impegnava già nel 1992 tutti gli stati membri ad adottare delle misure di garanzia di reddito come un elemento qualificante del modello di Europa sociale; nell’ambito della suddetta Raccomandazione la garanzia di reddito viene indicata come un diritto universale connesso con “il rispetto della dignità umana”, in riferimento anche a una precedente risoluzione del Parlamento europeo (GU n. C 262 del 10. 10. 1988), che auspicava l’introduzione di un reddito minimo garantito negli Stati membri; tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, tranne Grecia, Italia e Ungheria, hanno progressivamente dato applicazione alla suddetta Raccomandazione, pur secondo le modalità proprie dei diversi ordinamenti e le disponibilità derivanti dalle diverse condizioni di bilancio; le caratteristiche comuni del reddito minimo garantito riscontrabili nei diversi paesi sono: a) di essere collegato ai diritti di cittadinanza, indipendentemente da eventuali precedenti posizioni lavorative (base generalista); b) di porsi come misura ulteriore rispetto al sussidio di disoccupazione corrisposto su base assicurativa, là dove questo sia previsto; c) di essere generalmente collegato a misure di sostegno all’ingresso (o al reingresso) nel mercato del lavoro;
chiedono, come previsto dallo Statuto all’articolo 27, che venga indetto un referendum deliberativo, aperto a tutti gli elettori del Partito Democratico, sul seguente

QUESITO
Volete voi che, nella prossima legislatura, il Partito Democratico promuova e sostenga fino ad approvazione in entrambi i rami del Parlamento una riforma del welfare, senza aggravi per il bilancio pubblico (come è già dimostrato possibile), che rafforzi il diritto al benessere attraverso l’istituzione del “reddito minimo di cittadinanza”, in linea con tutti gli altri paesi europei, anche per recuperare alla piena cittadinanza economica e sociale le categorie oggi più marginalizzate (i giovani e le donne)?

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La voce di spesa previdenziale “sostegno al reddito” comprende, in Italia, le indennità di disoccupazione e di Cassa Integrazione: nell’insieme, significa che il sostegno al reddito è dedicato ai lavoratori dipendenti con contratto di tipo subordinato, che hanno con l’Ente di previdenza un rapporto di tipo assicurativo. L’Italia è, insieme alla Grecia, l’unico paese dell’area Euro che non preveda un sostegno al reddito di tipo generalista. Assicurare i lavoratori naturalmente ha un costo: per la Cassa Integrazione, ad esempio, le imprese industriali con meno di 15 dipendenti pagano l’1,90% della retribuzione, ma se ne hanno fino a 50 pagano il 2,80%; mentre le loro corrispondenti edili arrivano a pagare il 5,20%. Poi c’è l’indennità di disoccupazione, anch’essa sotto forma di assicurazione. Quando dovesse finire l’indennità di disoccupazione, non c’è più niente, se non le forme di assistenza previste dagli Enti locali, se e quando se lo possono permettere.

Per chi non lavora o lavora in base a un contratto che non prevede il pagamento dei contributi assicurativi, non c’è niente. Il risultato è che il cittadino italiano è tra i meno tutelati d’Europa, dal punto di vista del sostegno al reddito.  Per fare un esempio, ci sono dati che dimostrano come un giovane inoccupato italiano, che non gode cioè del sussidio di disoccupazione, sia più povero di un giovane inoccupato lituano. E deve quindi ricorrere all’assistenza della famiglia. Ricondurre il diritto al welfare, nel senso proprio di benessere, tra i diritti fondamentali del cittadino, indipendentemente dalla sua condizione lavorativa, è un passaggio fondamentale per l’evoluzione della società italiana verso gli standard europei.

Allora la domanda è: ci possiamo permettere anche noi, cittadini italiani, di passare dal rango di “familiari di qualcuno” a quello di “cittadini”, a cui è riconosciuto un diritto personale  al welfare attraverso l’erogazione, appunto, di un reddito minimo di cittadinanza? In realtà, avremmo dovuto permettercelo da tempo. Infatti, la raccomandazione 92/441 CEE sulla Garanzia minima di risorse impegnava già nel 1992 tutti gli stati membri ad adottare delle misure di garanzia di reddito come un elemento qualificante del modello di Europa sociale. E tutti i paesi hanno rispettato l’impegno, tranne, appunto, Italia e Grecia. Bisognava, fin da allora, ripensare la struttura degli ammortizzatori sociali per trasformarli in strumenti di inclusione sociale delle categorie che, oggi, ne sono ancora escluse e che interessano principalmente i giovani e le donne.

Rita Castellani

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IncandidabilitàTerzo quesito

Il sospetto sull’integrità e l’onestà di chi governa, ad ogni livello, la cosa pubblica mina alla radice l’efficacia di ogni politica di contrasto all’illegalità, e spesso – a monte – ne inibisce anche semplicemente l’adozione. Per ripristinare quella che riteniamo la precondizione per una seria azione di legislazione e di governo contro ogni forma di illegalità è imprescindibile vietare la candidatura e introdurre l’immediata decadenza da funzioni di rappresentanza e governo di tutti i condannati anche con sentenza non definitiva per gravi delitti non colposi.

I sottoscritti, tesserati del Partito Democratico, considerato che: l’art. 54 della Costituzione che impone ai cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche di adempierle con disciplina ed onore; l’accertamento di gravi delitti, ed in particolare dei delitti contro la pubblica amministrazione, contenuto in una sentenza di condanna definitiva, mina alla radice l’esercizio “con onore” di dette funzioni; la costanza, la credibilità e l’assenza di ombre nell’espletamento del proprio mandato è precondizione essenziale di ogni intervento amministrativo e di una legislazione efficace contro ogni forma di illegalità;
chiedono, come previsto dallo Statuto all’articolo 27, che venga indetto un referendum deliberativo, aperto a tutti gli elettori del Partito Democratico, sul seguente

QUESITO
Volete voi che il partito democratico si impegni a proporre a e far approvare nella prossima legislatura una norma, da introdurre eventualmente anche con una legge costituzionale, che definisca il divieto di  candidatura e l’automatica decadenza in relazione alle cariche di deputato, senatore, membro del Parlamento europeo, alle cariche elettive e di governo delle regioni e degli enti locali, nonché all’assunzione di incarichi di Governo, di presidente e componente del c.d.a. di consorzi e di società controllate dalle amministrazioni pubbliche, per tutti i soggetti condannati per reati gravi con sentenza di condanna o di patteggiamento anche non definitiva ovvero sottoposti a misure di prevenzione?

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Il recente sondaggio Eurobarometro fotografa in modo inequivocabile la percezione dei cittadini italiani sul rapporto politica-illegalità: il 95% degli italiani ritiene che vi sia corruzione nelle proprie istituzioni.

E’ un dato che si aggiunge ai tanti che, ormai da tempo, delineano i tratti dell’emergenza “illegalità” nel nostro Paese: 60 miliardi di euro è il costo annuale della corruzione in Italia stimato dalla Banca Mondiale e dalla Corte dei Conti, 120 miliardi il costo annuale dell’evasione, 350 miliardi il valore dell’economia sommersa, tra 100 e 135 miliardi il fatturato annuale delle mafie, tra 550 e 700 miliardi l’importo dei capitali italiani nascosti all’estero.

I numeri, impressionanti, impongono di collocare la lotta contro ogni forma di illegalità tra le priorità dell’agenda politica di chi si candiderà a governare il nostro Paese. Vi sono molteplici e variegate iniziative, non solo di matrice legislativa, certamente idonee a comporre un serio ed efficace arsenale di strumenti di prevenzione e repressione delle più diffuse forme di illegalità. Ma ve ne è una che si configura come condizione preliminare e imprescindibile di ogni credibile lotta contro l’illegalità e di ogni seria iniziativa di promozione di politiche di etica pubblica: la selezione sulla base di principi di onestà e onore dei nostri rappresentanti e dei nostri amministratori nelle istituzioni.

Il sospetto sull’integrità e l’onestà di chi governa, ad ogni livello, la cosa pubblica mina alla radice, infatti, l’efficacia di ogni politica di contrasto all’illegalità, e spesso – a monte – ne inibisce anche semplicemente l’adozione. Senza l’esempio credibile di chi governa, di chi amministra, di chi rappresenta, non vi può essere, inoltre, alcuna iniziativa di promozione dell’etica pubblica. E’ per questo che la Costituzione impone ai cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche “di adempierle con disciplina e onore” (art. 54 Cost.).

Nell’attuale legislatura vi sono 85 parlamentari che hanno una pendenza con la giustizia penale, quasi uno su dieci; sono, inoltre, centinaia gli eletti e gli amministratori che nelle Regioni e negli enti locali hanno subito condanne per delitti gravi, compresi reati contro quella stessa pubblica amministrazione che si vorrebbe poi rappresentare.

Per ripristinare quella che riteniamo la precondizione per una seria azione di legislazione e di governo contro ogni forma di illegalità è imprescindibile vietare la candidatura e introdurre l’immediata decadenza da funzioni di rappresentanza e governo di tutti i condannati anche con sentenza non definitiva per gravi delitti non colposi (e, per i condannati in via definitiva, in una misura temporanea da stabilire in sede di scrittura della legge, a seconda dei casi e comunque per un tempo non inferiore alla durata della pena): anche l’accertamento contenuto in una sentenza di primo grado, infatti, seppur non definitivo, mina il patto fiduciario della rappresentanza che va fondato sull’integrità e sull’onestà senza l’ombra di alcun sospetto.

Per questo abbiamo ritenuto di indire un referendum deliberativo con il quale chiediamo a tutti gli elettori del Partito Democratico se intendono opportuno impegnare il proprio Partito affinché faccia approvare nella prossima legislatura una norma, da introdurre eventualmente anche con una legge costituzionale, che definisca il divieto di candidatura e l’automatica decadenza in relazione alle cariche di deputato, senatore, membro del Parlamento europeo, alle cariche elettive e di governo delle regioni e degli enti locali, nonché all’assunzione di incarichi di Governo, di presidente e componente del c.d.a. di consorzi e di società controllate dalle amministrazioni pubbliche, per tutti i soggetti condannati per gravi delitti non colposi con sentenza di condanna o di patteggiamento anche non definitiva ovvero sottoposti a misure di prevenzione.

Salvatore Tesoriero

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Consumo di suoloQuarto quesito

Il suolo libero, agricolo o coperto da vegetazione è una risorsa limitata e non rinnovabile del Paese e dei suoi cittadini. Con esso si produce cibo, si controlla il ciclo delle acque evitando disastri, si cattura anidride carbonica contribuendo a non peggiorare i cambiamenti climatici, si sostiene la biodiversità. Per questo, chiediamo che il Partito Democratico promuova una legge che tuteli gli spazi non urbanizzati, introduca il monitoraggio degli usi del suolo, incentivi il recupero degli immobili non utilizzati o sottoutilizzati e cancelli la legge che consente l’utilizzo degli oneri di urbanizzazione per le spese correnti dei comuni.

I sottoscritti, tesserati del Partito Democratico, considerato che: la progressiva eliminazione di suolo non edificato o urbanizzato è causa di danni irreversibili ambientali, sociali, economici, ed è oggetto di una speculazione immobiliare e finanziaria che sposta i capitali dalla produzione alla rendita, senza benefici collettivi; il suolo libero, agricolo o coperto da vegetazione è una risorsa limitata e non rinnovabile del Paese e dei suoi cittadini, e che attraverso di esso si produce cibo (una funzione da salvaguardare per garantire un accesso al cibo non condizionato dalla sovranità di altri stati e da mercati esteri), si controlla il ciclo delle acque evitando disastri, si cattura anidride carbonica contribuendo a non peggiorare i cambiamenti climatici, si sostengono biodiversità e paesaggio; i Comuni sono incentivati a “vendere edificabilità mercificando i suoli” per acquisire standard e risorse per la città pubblica, consentendo produzione edilizia anche in assenza di una comprovata richiesta del mercato; è necessario dare attuazione alla Strategia Tematica del Suolo dell’Unione Europea avente come obiettivo il “Consumo netto di suolo zero” stabilito dalla Commissione Europea, tramite un Piano Nazionale di riqualificazione energetica e abitativa del tessuto urbano esistente; che non devono essere più consentite deroghe sull’uso di tali oneri di urbanizzazione, come è stato invece consentito più volte dal 2000 ad oggi, né nuovi condoni edilizi;
chiedono, come previsto dallo Statuto all’articolo 27, che venga indetto un referendum deliberativo, aperto a tutti gli elettori del Partito Democratico, sul seguente

QUESITO
Volete voi che, nella prossima legislatura, il Partito Democratico promuova e sostenga fino ad approvazione in entrambi i rami del Parlamento una legge che tuteli gli spazi non urbanizzati, introduca il monitoraggio degli usi del suolo, indirizzi l’attività edilizia necessaria al prioritario recupero dei vasti patrimoni non utilizzati o sottoutilizzati e cancelli la legge che consente l’utilizzo degli oneri di urbanizzazione per le spese correnti dei Comuni?

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Il suolo è lo strato superficiale della crosta terrestre. Pochi metri senza i quali la presenza della vita come la conosciamo sarebbe impossibile.

Il suolo ospita minerali, acqua, aria e materia organica. Si ritiene che la maggior parte del carbonio presente sulla terra sia ospitato dal suolo. Se fosse nell’atmosfera, la temperatura del pianeta sarebbe troppo elevata.

Il suolo produce il cibo che consumiamo e l’ossigeno che respiriamo. Consente il ciclo dell’acqua, fornisce materie prime come il legname e risorse energetiche.

Come è possibile consumare il suolo?

Il terreno, per essere vivo, ha bisogno di poter scambiare continuamente con l’atmosfera e di poter essere attraversato dall’acqua. Se impediamo questi scambi, costruendoci sopra edifici o infrastrutture, rapidamente il terreno si degrada e smette di svolgere le sue funzioni.

Il suolo può subire l’erosione quando perde la protezione della vegetazione e l’acqua lo dilava, privandolo delle risorse che contiene. Il suolo può subire l’impermeabilizzazione rimanendo senza acqua, o la compattazione, rimanendo privo di aria. In entrambi i casi va incontro ad una lunga agonia. Il suolo può essere contaminato da sali o da sostanze chimiche industriali che ne diminuiscono la biodiversità.

Per asfaltare basta un giorno, per cementificare un mese. Il suolo si può ricostituire, ma in tempi molto più lunghi. È per questo che viene considerato una risorsa sostanzialmente non rinnovabile.

Ci sono diverse statistiche che tentano di misurare il consumo del suolo nel nostro paese: quanti campi di calcio abbiamo perso oggi? Ma i numeri non sono necessari, nell’esperienza di ciascuno di noi c’è almeno un “qui una volta era tutta campagna”.

La speculazione edilizia non è un fenomeno nuovo, ma negli ultimi anni molti comuni hanno pensato di poter sanare i propri bilanci grazie agli oneri di urbanizzazione. Si prende un terreno agricolo, lo si trasforma in edificabile, qualcuno costruisce e paga gli oneri al comune, con questi soldi il comune (grazie a una deroga dalla legge) paga gli stipendi o i debiti.

Ma quel comune sta svendendo il proprio patrimonio, come un nobile decaduto che vada al banco dei pegni. Se spende gli oneri per gli arretrati, non sarà in grado di aumentare i propri servizi per i suoi cittadini vecchi e nuovi (strade e fognature, ma anche asili e servizi sociali).

L’edilizia genera posti di lavoro e momentanea ricchezza, ma troppo spesso scarica i propri costi ambientali e sociali sulla comunità. Pensiamo ad esempio alla bolla edilizia scoppiata negli Stati Uniti e in Spagna.

È ora di invertire la rotta, tornare a comprendere che la terra non è eredità ricevuta dalle generazioni precedenti, ma un prestito da restituire alle generazioni future.

Innovare significa trovare nuove strade. Siamo in grado di trovare un nuovo modello di sviluppo, che prediliga la riqualificazione del patrimonio edilizio esistente, il ripristino di un tessuto urbano più vivibile? Siamo capaci di tornare ad un uso del suolo più sostenibile, più capace di futuro, che sappia coniugare la produzione alimentare e la fruizione turistica, la biodiversità e il benessere delle persone?

O vogliamo continuare a perdere terreno?

Gianluca Ruggieri

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Matrimonio gayQuinto quesito

Un referendum sul matrimonio per ricordare che il matrimonio civile è un istituto a cui ogni cittadino deve poter accedere – se vuole – e quindi sentirsi uguale a tutti gli altri cittadini, avere accesso al diritto alla felicità e contribuire a rendere il Paese un luogo migliore, perché un Paese dove i diritti sono accessibili è un Paese migliore per tutti.

I sottoscritti, tesserati del Partito Democratico, considerato che: la Costituzione italiana impone alla Repubblica di riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali in cui svolge la sua personalità; la famiglia è una di queste formazioni sociali e il diritto di formare una famiglia appartiene ad ogni cittadino e cittadina; la Corte costituzionale italiana ha definito il diritto al matrimonio, un diritto che spetta a ognuno come essere umano; la Convenzione europea dei diritti umani e la Carta di Nizza dichiarano fondamentale il diritto di sposarsi; la Corte europea dei diritti umani e la Suprema Corte di Cassazione italiana ritengono giuridicamente configurabile un matrimonio anche tra due persone dello stesso sesso;
chiedono, come previsto dallo Statuto all’articolo 27, che venga indetto un referendum deliberativo, aperto a tutti gli elettori del Partito Democratico, sul seguente

QUESITO
Volete voi che, nella prossima legislatura, il Partito Democratico promuova e sostenga fino ad approvazione in entrambi i rami del Parlamento una legge che consenta anche alle coppie formate da persone dello stesso sesso di contrarre matrimonio, riconoscendo loro tutti i diritti e tutti i doveri connessi allo stato coniugale?

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Un referendum sul matrimonio perché il PD non è quello uscito dal documento della Commissione Diritti, un documento scritto con gli strumenti del passato, che guarda più al consenso elettorale e alle possibili alleanze per il 2013 che alla visione di una società giusta ed inclusiva per il prossimo secolo del millennio che nasce.

Un referendum perché la giovanile del PD, i Giovani Democratici, sono già per matrimonio e quindi il PD del futuro è già scritto in quei volti. Il PD non è di nessuno, è questo il contenuto politico con cui abbiamo fondato questo partito. La migliore risposta all’antipolitica. La contendibilità dei ruoli, ma soprattutto dei temi. Un luogo dove lasciare entrare il Paese ed elaborarne un altro. Di continuo. Non lo abbiamo ancora fatto fino in fondo.

Un referendum non per spaccare il Partito Democratico su un tema difficile, ma per dimostrare al Paese che il PD può essere l’avanguardia di un nuovo modello di società, come i suoi simili negli USA con Obama e in Francia come Hollande.

Un referendum sul matrimonio per ricordare che il matrimonio è un istituto civile a cui ogni cittadino deve poter accedere – se vuole – e quindi sentirsi uguale a tutti gli altri cittadini, avere accesso al diritto alla felicità e contribuire a rendere il Paese un luogo migliore, perché un Paese dove i diritti sono accessibili è un Paese migliore per tutti.

Un referendum sul matrimonio per ricordare che il PD ha in testa un’ Italia laica che non antepone mai  la religione alla cittadinanza. La rispetta, la contiene, ma non la antepone, mai. Prima lo Stato che garantisce con le sue regole la convivenza di tutte le diversità.

Un referendum sul matrimonio perché sancire l’uguaglianza dei cittadini e delle cittadine omosessuali consente di arginare anche la violenza omofoba fisica e psicologica.

Cristiana Alicata

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AlleanzeSesto quesito

Alle prossime elezioni politiche il Partito Democratico dovrà essere il perno di un patto tra le forze progressiste e democratiche del Paese, a partire da quelle con cui già amministra in molti territori, accogliendo al suo interno il contributo della società civile. Uno schema aperto, che rifiuta le logiche politiciste e che non cerchi sponde – incomprensibili per i nostri elettori – in quelle forze politiche che non solo hanno lungamente condiviso la stagione del berlusconismo, ma che con il suo partito ancora oggi governano comuni, provincie e regioni.

I sottoscritti, tesserati del Partito Democratico, considerato che:
l’approssimarsi dell’appuntamento con le elezioni politiche del 2013, rende necessario per il Partito Democratico avanzare una proposta politica coerente e comprensibile agli occhi dei nostri elettori, dato anche il grave momento attraversato dal Paese;
chiedono, come previsto dallo Statuto all’articolo 27, che venga indetto un referendum deliberativo, aperto a tutti gli elettori del Partito Democratico, sul seguente

QUESITO
Volete voi che, alle elezioni politiche del 2013, il Partito Democratico proponga un patto con le forze progressiste e democratiche del Paese, a partire da quelle con cui già amministra in molti territori, e accogliendo al suo interno il contributo della società civile, a patto che dette forze non abbiano sostenuto i precedenti governi Berlusconi e tutt’ora non siano alleate nel governo delle amministrazioni locali con Pdl, Lega, e altre formazioni di centrodestra che negli ultimi vent’anni hanno contribuito al declino dell’Italia?

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Un tema più strettamente politico, uno solo, sul totale dei sei referendum che presentiamo. Perché ci interessava mettere maggiore attenzione su proposte e temi concreti, ma perché comunque, trattandosi dopotutto della prima volta in assoluto che lo strumento del referendum previsto dallo Statuto del Pd viene tentato seriamente in quattro anni, ci interessava sondarne tutte le sue possibilità, anche quella – che pure è prevista – dell’indirizzo politico in senso stretto.

L’argomento delle alleanze, con questo quesito, viene quindi tolto dal luogo che fino a questo momento lo ha sempre egemonizzato, quello dei giornali e del dibattito “fuori dal partito”. Decidere con quale schema, quale coalizione e sì, anche quali alleati il Partito Democratico si presenta alle prossime elezioni, è banale dirlo, è anche e soprattutto una questione che riguarda i suoi militanti e i suoi elettori, molto più dei frequentatori del palazzo e dei cultori delle logiche politiciste.

La nostra posizione deriva da un’attività di militanza dal basso vissuta a stretto contatto con la base più che con il vertice, e dall’aver rilevato un disagio diffuso all’idea – data un po’ troppo per scontata – della necessità di un’alleanza, alle prossime elezioni politiche, con l’Udc di Pierferdinando Casini. Uno schema sostenuto dall’alto, in nome del realismo e della governabilità, che però sembra non tenere conto dell’astensionismo, della disaffezione, del sentimento che monta nei confronti della politica e dei partiti, specie quando non chiariscono la coerenza dei loro progetti. Una somma che potrebbe far perdere più di quel che fa guadagnare.

Con una complicazione ulteriore e rilevante: che lo schema tradizionale del centrosinistra – quello che, ebbene sì, comprende anche l’Italia dei Valori – caratterizza quasi tutti i governi dei territori in cui il Pd è presente, nei comuni, nelle provincie, e nelle regioni. Mentre, al contrario, proprio nei territori, a dispetto di una divisione ormai consumata a livello nazionale, la contiguità dell’Udc con il Pdl e con le altre forze che hanno caratterizzato questo disastroso ventennio berlusconiano, è ancora la regola, non l’eccezione. Un’ambiguità che rischia di mettere in crisi tante amministrazioni locali che funzionano e che tengono insieme il Paese in questo momento così difficile, e che proprio in questa situazione non ci si può permettere di portare al governo del Paese.

Paolo Cosseddu

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Scarica i moduli e tutti i materiali

Da questa sezione è possibile scaricare i moduli con i quesiti da utilizzare per la raccolta delle firme e altri materiali informativi da diffondere.

Moduli per la raccolta delle firme

Un singolo file in Pdf con i sei quesiti da far firmare e il recapito a cui spedire i moduli una volta compilati.
Da scaricare cliccando qui.

Materiali di diffusione

Le schede di presentazione dei sei quesiti, la guida completa ai referendum democratici e l’avatar da utilizzare sui social network.

La proposta di Regolamento quadro presentata al PD e realizzata con la collaborazione di Doparie.

 

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Novara: Nicola Pomella, Ettore Colli Vignarelli, Giuseppe Volta
Valsusa: Jacopo Suppo
Verbano Cusio Ossola: Moreno Minacci

Liguria
Genova: Stefano Gaggero
Imperia: Alessandro Lanteri
Savona: Lorenzo Frixione

Lombardia
Milano: Lamberto BertoléMarco De Allegri, Francesca Terzoni
Milano Cintura – Nord: Andrea Catania
Bergamo: Giovanni Gambaro
Brescia: Louise Bonzoni
Como: Paolo Sinigaglia
Cremona: Alessia Manfredini
Desio: Lucrezia Ricchiuti
Lecco: Franco Balbo
Lodi: Riccardo Grazioli
Mantova: Giovanni Pavesi
Monza: Alessandro Siro CampiMonica Borgonovo
Pavia: Antonio Maria Ricci, Chiara Scuvera
Saronno: Sara Battistini
Varese: Stefano CatoneAndrea Civati, Alessandro Zoccarato

Veneto
Venezia: Marta Meo, Gianluca Mimmo
Padova: Fabian Pavel Fonovich
Treviso: Luca Musumeci
Verona: Michele Fiorillo, Francesco Magagnino

Trentino Alto Adige
Trento: Vanni Scalfi

Friuli Venezia Giulia
Udine: Enrico Di Stefano

Emilia Romagna
Bologna: Salvatore Tesoriero
Modena: Giulia Morini
Parma: Marco Cacchioli, Nicola Dall’Olio
Piacenza: Andrea Tagliaferri
Reggio Emilia: Nico Giberti

Toscana
Firenze: Elena Papi, Paolo Sopranzetti
Arezzo: Filippo Gallo
Empoli: Laura Rimi
Grosseto: Ambra Cortesi
Lucca: Daniela Grossi
Pisa: Giovanni Russo
Pistoia: Dino Cordio
Siena: Roberto Renò

Lazio
Roma: Cristiana Alicata, Ernesto Ruffini
Civitavecchia: Simone Cervarelli
Latina: Raffaele Viglianti
Viterbo: Emanuele Rallo

Umbria
Terni: Rita Castellani

Marche
Ancona: Beatrice Brignone
Ascoli Piceno: Emidio De Santis, Giuseppina Loreti

Abruzzo
L’Aquila: Paolo Della Ventura
Pescara: Davide Patriarca

Molise
Campobasso: Daniele Gentile

Campania
Napoli: Francesco Nicodemo, Vincenzo Acampora
Pozzuoli: Luigi Contessa
Caserta: Piergaetano Fulco

Basilicata
Matera: Francesco Mitidieri, Pietro Monico

Puglia
Bari: Giuseppe Luigi Bianco, Gianclaudio Pinto
Brindisi: Lorenzo Masiello
Foggia: Paolo Soccio
Taranto: Lorenzo Rovito

Calabria
Cosenza: Giuseppe De Vuono, Livio Viggiano
Vibo Valentia: Pasquale Petrolo

Sicilia
Palermo: Mila Spicola
Ragusa: Antonio Stornello
Catania: Marcello Tringali

Sardegna
Cagliari: Thomas Castangia
Gallura: Andrea Viola
Medio Campidano: Mirko Solinas
Nuoro: Antonio Arghittu
Ogliastra: Gianluigi Piras
Olbia: Andrea Viola
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Sassari: Alessandro Sanna
Sulcis Iglesiente: Pierangelo Rombi

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